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da oggi, arricchiamo il sito del Risingmoon!

 Iniziamo condividendo alcuni articoli della Stampa inerenti i benefici delle trapie olistiche e della meditazione, oggi sempre più riconosciuti e apprezzati.

Ciao! 

 

Reiki

Sperimentazione del Reiki in ambito ospedaliero

22/4/2015


Sperimentazione del Reiki in ambito ospedaliero

22/4/2015

 

 

American Journal of Hospice

 

and Palliative Medicine

 

http://ajh.sagepub.com

Gli effetti della terapia Reiki sull’ansia e sul dolore dei malati

in cura presso un day hospital di oncologia

AM J HOSP PALLIAT CARE

pubblicato online il 13 ottobre 2011

DOI: 10.1177/1049909111420859

 

Pubblicato da:

SAGE

http://www.sagepublications.com

Servizi e informazioni aggiuntive su

American Journal of Hospice and Palliative Medicine

 

 

Gli effetti della terapia Reiki sull’ansia e sul dolore dei malati

 

in cura presso un day hospital di oncologia


Oncologia Medica, Ospedale San Giovanni Battista

Torino, Italia

 
Ospedale San Giovanni Battista di Torino

 

Abstract

Il Reiki è un metodo di guarigione naturale che con

siste nel trasmettere energia al paziente

attraverso il contatto o la prossimità delle mani dell’operatore Reiki. Abbiamo studiato il ruolo del

Reiki nella gestione dell' ansia, del dolore e del benessere complessivo dei pazienti oncologici.

Sulla base dei risultati di un progetto pilota condotto presso il nostro ospedale tra il 2003 il 2005

da

un' associazione di volontariato, è stato condotto,

presso lo stesso Centro, uno studio più ampio,

della durata di tre anni. Gli operatori Reiki volontari hanno ricevuto una formazione teorico-pratica

biennale. La popolazione oggetto dello studio era costituita da 118 pazienti (67 donne e 51 uomini,

età media 55 anni) con neoplasie in vari stadi, sottoposti a un qualche tipo di chemioterapia. Prima

di ciascuna seduta gli infermieri hanno raccolto i

dati personali e l’anamnesi clinica di ciascun

paziente. Il dolore e l’ansia sono stati valutati dagli operatori Reiki secondo una scala di

valutazione numerica. Ogni seduta durava circa 30 minuti; i punteggi relativi al dolore e all' ansia

sono stati registrati utilizzando una scala analogi

ca visiva (VAS) e descrivendo le sensazioni

fisiche percepite dai pazienti durante la seduta. Tutti i 118 pazienti hanno ricevuto almeno un

trattamento Reiki (238 trattamenti in totale). Nel

sottogruppo di 22 pazienti sottoposti a un ciclo

completo di 4 trattamenti, il punteggio medio VAS relativo all' ansia è sceso da 6,77 a 2,28 (P<0,00001) e il punteggio medio VAS relativo al dolore è sceso da 4,4 a 2,32 (P= 0,091). Nel

complesso le sedute sono state considerate utili per migliorare il benessere, il rilassamento, il

sollievo dal dolore, la qualità del sonno e per ridurre l' ansia. L' offerta di una terapia Reiki in

ospedale può* rispondere ai bisogni fisici ed emotivi dei pazienti.

Parole chiave

Terapia Reiki, cura oncologica olistica, operatori

Reiki volontari.

 

Introduzione

Il Reiki è un metodo di guarigione naturale che consiste nel trasmettere energia al paziente attraverso il

contatto o la prossimità delle mani dell’operatore

Reiki. Tale metodo afferma di essere in grado di potenziare

la naturale capacità dell' organismo di guarire se stesso attraverso il riequilibrio energetico, con conseguente

ripristino del benessere fisico, emotivo, mentale e spirituale.

Il maestro giapponese Mikao Usui riscoprì il sistema che sta alla base del Reiki nei primi anni del

Novecento, attraverso lo studio delle antiche arti

mediche tibetane e della tradizione della guarigione

attraverso le mani. Usui insegnò l' uso della tecnica a Chujiro Hayashi, e lui a sua volta la insegnò a

Hawayo Takato. Quest' ultima portò il Reiki alle Hawaii (e

nel resto degli Stati Uniti) durante gli anni Quaranta. Il

Reiki è stato introdotto in Europa negli anni Ottanta.

Reiki è una parola giapponese che significa “energia vitale universale”; è formata da due sillabe:

rei

,

l’energia universale, energia che permea tutto l’universo, e

ki

, l’energia vitale di ciascun essere vivente.

L’operatore Reiki avvicina o appoggia le mani sul

corpo del paziente in modo che l' energia vitale universale

possa fluire naturalmente nelle aree del corpo del

paziente che più ne hanno bisogno. Il Reiki può essere

praticato anche come auto-trattamento (

self-help

). È indicato soprattutto nelle professioni di aiuto, per chi

lavora nei servizi sociosanitari, ed è utilissimo anche per prevenire fenomeni di

burnout

, mancanza di

motivazione e stress da lavoro del personale infermieristico.

L' uso della medicina alternativa complementare in ospedale riscuote un interesse crescente tra il

personale sanitario che lavora con i pazienti oncologici. Poiché il Reiki non richiede alcuna apparecchiatura

specifica, può essere praticato dovunque in qualunque momento, e ciò lo rende particolarmente idoneo al

contesto ospedaliero. Fra le tecniche di rilassamento di cui è stata variamente dimostrata la capacità

di migliorare le condizioni dei pazienti oncologici, i

l Reiki è risultato essere un aiuto efficace per alleviare il

dolore e altri sintomi come ansia, insonnia e iporessia, migliorando così la qualità della vita nei pazienti con

neoplasie in stadio avanzato

1

. In un progetto pilota condotto tra il 2003 e il 2

005 dall' associazione di

volontariato Cerchiodiluce presso il day hospital di Oncologia Medica del Dipartimento Oncologia ed

Ematologia dell' Ospedale San Giovanni Battista, 27

pazienti (totale 94 trattamenti) hanno riferito una

migliore qualità del sonno e sollievo dal dolore e

dall' ansia. Sulla base di quest' esperienza iniziale

è stato

condotto, presso lo stesso Centro di cure oncologiche, uno studio più ampio, che ha coinvolto un gran

numero di pazienti.

Con il presente studio abbiamo esaminato il ruolo del Reiki nella gestione dell' ansia, del dolore

e del

benessere globale in pazienti con neoplasie in stadi diversi che frequentavano un day-hospital

chemioterapico. Lo studio riferisce i risultati del

progetto Reiki presentato e sviluppato dall' associazione di

volontariato Cerchiodiluce e realizzato in collaborazione con lo staff medico del Centro di Oncologia

Medica

dell' Ospedale San Giovanni Battista.

Pazienti e metodi

Prima di essere ammessi a praticare la terapia Reik

i in ospedale, gli operatori Reiki volontari hanno

ricevuto

una formazione biennale: un anno di seminari interni con lo staff docente dell' associazione Cerchiodiluce e

un anno di pratica in ospedale con tutor qualificati.

 

Pazienti

118 pazienti complessivi hanno dato il loro consenso informato alla terapia Reiki dopo che tale tecnica è

stata loro spiegata dagli infermieri dell' ospedale

e dai volontari dell' associazione Cerchiodiluce che

eseguivano i trattamenti.

 

La popolazione dello studio era composta da pazienti con neoplasie in stadi diversi sottoposti a un

qualche tipo di chemioterapia. I trattamenti Reiki

sono stati offerti durante il ricovero nelle stanze

del day-hospital. Prima di ciascuna seduta gli infermieri hanno raccolto i dati personali e l’anamnesi clinica

del

paziente: sito del tumore primario, data della diagnosi, sito di metastasi, numero di cicli di chemioterapia e

condizioni generali di salute del paziente

secondo i punteggi ECOG (Eastern Cooperative Oncology Group).

Il dolore e l' ansia sono stati valutati secondo una

scala numerica dagli operatori Reiki.

 

Metodi

Le sedute Reiki sono state offerte ai pazienti durante la loro presenza in ospedale per la somministrazione

della chemioterapia. Durante il trattamento i pazienti erano completamente vestiti, seduti su una sedia o

distesi su un letto. È stato eseguito un massimo di

quattro trattamenti durante quattro distinte sedute di

chemioterapia. Ciascun trattamento Reiki durava circa 30 minuti, durante i quali gli operatori tenevano le

mani sopra il paziente oppure toccavano delicatamente il suo corpo, dalla testa alle gambe, focalizzandosi sui

centri energetici del paziente stesso (chakra) e sui siti di dolore o disagio. A differenza di altri metodi , il

Reiki non comporta l' utilizzo di pressione, massaggio, sfregamento o strumentazione.

Al termine della seduta, i punteggi VAS relativi a

dolore ed ansia sono stati registrati insieme a una

descrizione delle sensazioni fisiche percepite dai

pazienti durante la seduta, come caldo/freddo,

rilassamento/stress, benessere/disagio, riferendo gli eventuali siti specifici.

 

Risultati

Nell' arco del periodo di studio di tre anni, i trattamenti Reiki sono stati eseguiti su 118 pazienti:

67 (57%)

donne e 51 (43%) uomini (tabella I); età media 55 anni (da 33 a 77 anni di età); 16 (14%) pazienti stavano

ricevendo una chemioterapia adiuvante, 56 (48%) una

chemioterapia di prima linea, 21 (18%) una

chemioterapia di seconda linea, 3 (2 x 100) una chemioterapia di terza linea, 5 (4%) una chemioterapia

di

quarta linea e 11 (9%) non era in terapia; per 6 (5

%) pazienti questi dati mancavano. La distribuzione

locale

del tumore era la seguente: colon 15 (13%), seno 30

(25%), polmone 21 (18%), stomaco 12 (10%), testa e

collo 11 (9%), vescica e rene 22 (19%) e altri siti

7 (5%). Il sito delle metastasi era: fegato in 15

pazienti

(13%), ossa in 11 (9%), polmone in 9(8%), cervello

in 4 (3%), ghiandole linfatiche in 7 (6%) e altri siti in 10

(8%). Il PS (performance status) secondo il punteggio ECOG era: 0 in 71 pazienti (60%), 1 in 31 (26%),

2 in

10 (8%), 3 in 4 (3%), non valutato in 2 (1%). Tutti

i 118 pazienti sono stati sottoposti ad almeno una

seduta

di Reiki, 61 (48%) hanno ricevuto 2 trattamenti, 37 ne hanno ricevuti 3 e 22 (17%) ne hanno ricevuti

4, per

un totale di 238 sedute terapeutiche (tabella 2).

L' ansia è stata annotata come valore

baseline

in 92 pazienti (78%) (punteggio VAS medio 6,3); 12

(10%) avevano ricevuto preliminarmente una terapia

di controllo dell' ansia; 45 (38%) erano in uno stadio

avanzato della malattia e 47 (40%) nei primi stadi

della malattia. Un punteggio VAS >5 per l' ansia è stato

registrato in 56 pazienti (47%) prima - e in 16 pazienti (14%) dopo - la prima seduta di trattamento;

19

(86%) pazienti risultavano avere ansia prima - e 3

(14%) dopo - la quarta seduta di trattamento.

Statisticamente sono stati osservati cambiamenti si

gnificativi nei valori medi dell' ansia prima e dopo

ciascun

trattamento (tabella 3).

Cromoterapia/Aura-Soma

La clinica svizzera che cura col colore

22/4/2015


 

La clinica che cura con il colore dimezza la spesa per gli analgesici

I primi dati del test autorizzato dal Canton Ticino
 
 

«La prima volta che ho fatto la terapia dei colori, il ginocchio mi faceva parecchio male. Ho dovuto sospenderla, ma poi i dolori sono diminuiti e anche la cervicale faceva meno male. Quando arrivava la terapista provavo un grande sollievo».  

È la testimonianza di Maria, residente della Casa anziani Malcantonese in Svizzera, dove è stato fatto uno studio clinico sul dolore usando la cromopuntura. Stupefacenti i risultati del test autorizzato dal Dipartimento della sanità del Canton Ticino: dopo la prima seduta, il dolore cala del 30%, per poi svanire quasi del tutto.  

Dimezzati i consumi di analgesici, oppioidi deboli e morfina. Anche i medici della casa anziani non si aspettavano un risultato simile: dolori azzerati per undici pazienti su dodici e pastiglie dimezzate.  

È il primo studio che indaga gli effetti della cromopuntura sul dolore per un anno (da febbraio 2012 a marzo 2013) con valutazioni oggettive: la percezione del dolore nei pazienti veniva misurata prima e dopo ogni seduta da personale infermieristico indipendente. Sembra tutto molto semplice: irradiando con luce colorata la pelle lungo i meridiani dell’agopuntura e altri punti riflessologici, il male cala.  

Perché accada, ce lo spiega un esperto: «La luce è il linguaggio tra le cellule. I colori danno un’informazione al corpo correggendo un disturbo di questo linguaggio», dice Fausto Pagnamenta. L’ex primario di pediatria all’ospedale La Carità di Locarno, esperto di cromopuntura (ha scritto libri e tiene corsi), è il direttore di questo studio clinico: «Abbiamo usato una luce infrarossa che ha la stessa vibrazione del nucleo delle cellule. L’onda dà al corpo un’informazione: sciogliere blocchi energetici. E le cellule ritornano a parlarsi».  

Gli chiediamo che cosa sono questi blocchi: «Sono emozioni trattenute per anni. Sono i mattoni che costruiscono la malattia, i fattori scatenanti, spesso dimenticati. Sbloccando questa emotività con la luce, si riduce lo stress nel corpo e di conseguenza il sistema immunitario si rinforza», precisa.  

Tutti i pazienti hanno ricevuto una diagnosi, poi una seduta di circa 30 minuti una volta a settimana. Sempre collaborando con i medici, perché la cromopuntura è complementare alla medicina tradizionale. Mentre il corpo medico della struttura è stupito dai risultati, Pagnamenta lo è meno: «Da 25 anni curo emicranie, insonnia, mal di schiena con la luce colorata. Irradiando punti particolari si risolve un dolore anche in poche sedute. Mentre per gravi malattie degenerative si può rinforzare il sistema immunitario. In questo studio, era importante avere una valutazione indipendente dal terapista».  

Anche il direttore della casa anziani è soddisfatto dei risultati ottenuti: «Riuscire ad abbattere la percezione del dolore e dimezzare l’assunzione di antidolorifici, anche di morfina, è un ottimo risultato», dice Roberto Perucchi. Poi c’è anche un aspetto economico, si risparmia sui farmaci. «È un terreno da esplorare meglio. Si rifarà la sperimentazione in un’altra struttura per raccogliere ulteriori dati».

Terapie Olistiche

Le Terapie Olistiche aiutano a controllare la pressione sanguigna

22/4/2015


 

Le “alternative” che possono abbassare la pressione sanguigna

L’American Heart Association rivaluta l’aiuto che possono fornire le terapie alternative nel trattamento della pressione alta o ipertensione. Tra le diverse metodologie risultate efficaci come meditazione, biofeedback, agopuntura, yoga e respirazione guidata, s’inseriscono tecniche semplici come lo schiacciare con la mano una pallina
 
reiki healing

Etichettate dall’American Heart Association (AHA) come terapie alternative, non vi sono solo le classiche tecniche quali la meditazione, lo yoga, l’agopuntura… ma anche quelle che prevedono l’esercizio fisico aerobico, di resistenza o di forza, e perfino gli esercizi isometrici di presa della mano: quelli come lo schiacciare una pallina morbida, conosciuti come antistress. E, tutte queste tecniche, secondo l’AHA possono contribuire a ridurre la pressione sanguigna.

Pubblicata sulla rivista Hypertension, l’American Heart Association ha curato una dichiarazione scientifica in cui si riporta come alcuni approcci alternativi al trattamento dell’ipertensione potrebbero aiutare le persone con livelli di pressione arteriosa superiori a 120/80 mmHg e quelli che non tollerano o non rispondono bene ai farmaci standard.
L’invito non è di certo quello di abbandonare le terapie tradizionali, ma sfruttare i vantaggi offerti da questi metodi alternativi per controllare meglio la pressione – e, magari, ridurre di un po’ l’assunzione di farmaci – sempre su controllo e consiglio medico.

Il team di esperti dell’AHA ha valutato gli effetti di un certo numero di terapie alternative, suddivise in tre grandi gruppi: quelle che prevedono l’esercizio fisico; le terapie comportamentali; le procedure non invasive o per mezzo di dispositivi.
Appartengono rispettivamente alle tre macro-categorie tecniche come gli esercizi aerobici, la meditazione e il controllo del respiro con ausili come la respirazione lenta guidata. Sono stati esclusi dall’analisi i trattamenti che prevedevano l’assunzione di erbe o prodotti dietetici.

«Non ci sono molti grandi studi ben progettati, che durano più di qualche settimana, sulle terapie alternative, ma i pazienti pongono un sacco di domande sul loro valore – ha spiegato il dottor Robert D. Brook, presidente del gruppo di giudicanti e professore associato di medicina presso l’Università del Michigan ad Ann Arbor – Una richiesta comune dei pazienti è: “Non mi piace assumere i farmaci, cosa posso fare per abbassare la pressione del sangue?” Abbiamo voluto fornire un certo indirizzo».

Tra le diverse forme di terapie alternative analizzate dagli scienziati, non tutte hanno offerto gli stessi vantaggi e nella stessa misura: c’è dunque quella che è risultata più efficace nel ridurre la pressione; quella meno e quella per cui i risultati non sono stati giudicati significativi.
Il parere è giunto dopo aver esaminato i dati pubblicati dal 2006 al 2011, che comprendevano 1.000 studi sulle terapie comportamentali, quelli senza procedure invasive e con dispositivi, e tre tipi di esercizio: aerobico, di resistenza o di allenamento con i pesi e, infine, gli esercizi isometrici per le mani.
I diversi studi hanno preso anche in considerazione metodi quali lo yoga, diversi tipi di meditazione, l’agopuntura, il biofeedback, la respirazione lenta guidata, le tecniche di rilassamento e riduzione dello stress.

Tra i tre esercizi fisici presi in considerazione, sia quelli di resistenza che allenamento hanno mostrato di abbassare pressione arteriosa ma, a sorpresa, quello che ha funzionato di più erano gli esercizi isometrici della mano – tipo quelli che si fanno schiacciando nel palmo della mano una pallina morbida antistress (o anche quelle manopole da palestra).
Nello specifico, l’esercizio isometrico ha promosso un calo della pressione sanguigna sistolica e diastolica del 10 per cento. Tuttavia, sottolineano gli scienziati, l’esercizio isometrico è sconsigliato a coloro che soffrono di pressione alta incontrollata, con valori 180/110 mmHg o superiori.

Le terapie comportamentali come meditazione trascendentale e il biofeedback hanno mostrato anch’esse di ridurre la pressione, sebbene in misura lieve. Circa le altre tecniche di meditazione non sono state trovate evidenze o dati sufficienti. Stessa sorte è toccata a metodi quali lo yoga, le tecniche di rilassamento e l’agopuntura. Questo non vuol dire che non siano efficaci, ma soltanto che non ci sono abbastanza studi che supportino l’idea che possano abbassare in modo significativo la pressione.
Al contrario, il dispositivo che guida la persona alla respirazione lenta è stato trovato efficace nel ridurre la pressione sanguigna, se utilizzato per 15 minuti 3-4 volte a settimana.

«La maggior parte delle soluzioni alternative riducono la pressione arteriosa sistolica di solo 2-10 mmHg; dosi standard di un farmaco invece abbassano la pressione sanguigna sistolica di circa 10-15 mmHg. Allora, approcci alternativi possono essere aggiunti a un regime di trattamento dopo che i pazienti hanno discusso i loro obiettivi con i propri medici», ha concluso Brook.
Tuttavia, aggiungono gli esperti, considerato il carico globale dell’ipertensione sulla salute pubblica, ulteriore ricerca che faccia luce sull’impatto delle terapie alternative sulla salute cardiovascolare è necessaria – anche per poter utilizzare queste tecniche come complemento delle terapie tradizionali.

Meditazione/Mindfulness

La Meditazione come vaccino antinfluenzale

22/4/2015


 

Il nuovo vaccino antinfluenzale? La meditazione

Un nuovo studio promuove la meditazione mindfulness (o Consapevolezza) come rimedio efficace nel prevenire le malattie respiratorie acute invernali come raffreddore e influenza
 
In un periodo in cui tutti cercano conferme sulla validità dei vaccini antinfluenzali, o nuove efficaci alternative per la prevenzione delle malattie invernali, ecco spuntare una ricerca che mette in luce l’efficacia della meditazione quale insolita arma preventiva.

I ricercatori statunitensi dell’University of Wisconsin-Madison, hanno infatti scoperto che la meditazione mindfulness è vincente quanto a prevenzione delle malattie respiratorie acute da raffreddamento – anche rispetto all’esercizio fisico.
Nello studio in questione, il professor Bruce Barrett e colleghi hanno coinvolto 154 ambosessi adulti (di cui 149 hanno terminato il trial) poi suddivisi a caso in tre gruppi. Il primo gruppo è stato avviato a un programma di meditazione mindfulness (o consapevolezza); il secondo gruppo a un programma di fitness come il camminare a passo svelto e infine il terzo gruppo che, fungendo da controllo, non ha fatto nulla. Il tutto per otto settimane.

Dopo questa prima fase, i ricercatori hanno seguito i partecipanti per tutto l’inverno: partendo dal mese di settembre fino al mese di maggio. L’osservazione prevedeva il controllo dei sintomi tipici del raffreddore o l’influenza come mal di gola, starnuti, naso che cola e così via. Finito il periodo di test delle otto settimane, i ricercatori non hanno tuttavia appurato se i partecipanti hanno continuato a praticare la meditazione mindfulness o lo jogging. I risultati hanno però subito mostrato che gli appartenenti al gruppo meditazione si è assentato dal lavoro per malattia il 76% in meno, rispetto al gruppo di controllo. Allo stesso modo, gli appartenenti al gruppo che aveva praticato l’esercizio fisico si erano assentati dal lavoro il 48% in meno, sempre rispetto al gruppo di controllo.

Ma non finisce qui: i risultati completi dello studio, pubblicati su Annals of Family Medicine, mostrano che la meditazione mindfulness ha ridotto fino al 50% le gravità delle infezioni respiratorie acute. L’esercizio fisico le ha ridotte fino al 40%.
Nel totale, poi, gli appartenenti al gruppo mindfulness hanno visto durare la malattia respiratoria 5 giorni in media, contro gli 8 giorni in media del gruppo di controllo. I test clinici condotti sulla presenza di anticorpi nell’organismo hanno infine confermato i risultati.

«Nulla è stato precedentemente dimostrato prevenire le infezioni respiratorie acute – spiega nella nota UWM il dottor Barrett – Molte precedenti informazioni hanno suggerito che la meditazione e l’esercizio fisico possono mostrare benefici di prevenzione, ma studi randomizzati e di alta qualità non sono mai stati condotti».
«I vaccini per l’influenza iniettabili sono parzialmente efficaci – prosegue Barrett – e funzionano solo per i tre ceppi di influenza ogni anno. L’evidente beneficio del 40-50% dovuto alla mindfulness è una scoperta molto importante, così come il vantaggio del 30-40% dell’allenamento. Se si tiene conto di questo nelle ricerche future, l’impatto potrebbe essere sostanziale».
Un risultato inaspettato dunque quello dell’effetto della meditazione mindfulness sulla prevenzione – e non solo – delle malattie respiratorie acute da virus.
Chissà? Possiamo magari provare ad aggiungere questa “forma di prevenzione” a quelle che avevamo già in programma e testarne personalmente i risultati. E se poi funziona davvero, tanto di guadagnato.
Meditazione/Mindfulness

La Meditazione abbassa la pressione cardiaca

22/4/2015


 

Anche la Mindfulness abbassa la pressione sanguigna

La tecnica della Consapevolezza riduce lo stress e riesce ad abbassare la pressione arteriosa nei pazienti con ipertensione borderline o pre-ipertensione.
La tecnica conosciuta con il nome di Mindfulness, o Consapevolezza, è stata trovata agire positivamente anche sulla pressione arteriosa, riducendola in pazienti con ipertensione borderline e pre-ipertensione.
Lo hanno sperimentato i ricercatori della Kent State University( Ohio) con un nuovo studio pubblicato su Psychosomatic Medicine: Journal of Biobehavioral Medicine, la rivista ufficiale dell’American Psychosomatic Society.

I ricercatori, hanno testato gli effetti della MBSR (la tecnica di Riduzione dello Stress basata sulla Mindfulness) su un gruppo di 56 donne e uomini con diagnosi di pre-ipertensione e ipertensione al limite, ossia che ancora non necessitava di trattamento farmacologico.
La pre-ipertensione può apparire una condizione di poco valore, perché si può credere non sia ancora pericolosa, tuttavia i medici sanno che questo stadio è già associato a una vasta gamma di malattie cardiache e problemi cardiovascolari.

I partecipanti sono stati suddivisi a caso in due distinti gruppi: il primo è stato assegnato a un programma di MBSR che prevedeva otto sessioni di gruppo della durata di due ore e mezza a settimana. Il training prevedeva anche esercizi di consapevolezza del corpo, meditazione e yoga.
Gli appartenenti all’altro gruppo, quello di controllo, sono stati oggetto di una serie di consigli circa uno stile di vita corretto, più l’avviamento a un programma di attività fisica muscolare e di rilassamento.

Prima, durante e al termine dello studio, ai partecipanti è stata misurata la pressione sanguigna, per poi confrontare i valori tra gli appartenenti ai due gruppi.
I risultati delle analisi hanno mostrato che nei pazienti del gruppo MBSR si era verificata una riduzione significativa nei valori pressori. In particolare, la pressione arteriosa sistolica era diminuita in media di quasi 5 mmHg, rispetto a una diminuzione di meno di 1 mmHg del gruppo di controllo.
Per quel che riguardava la pressione arteriosa diastolica, nel gruppo MBSR si è verificata una riduzione media di 2 mmHg, rispetto a un aumento di 1 mmHg del gruppo di controllo.

Gli autori dello studio ritengono che interventi basati sulla MBSR in soggetti con pre-ipertensione e ipertensione borderline possano ritardare o addirittura evitare il ricorso ai farmaci antipertensivi.
«I nostri risultati – sottolinea Joel W. Hughes, coautore dello studio – forniscono la prova che MBSR, se aggiunta ai consigli per modificare lo stile di vita, può essere un trattamento complementare appropriato per la pressione sanguigna nella gamma pre-ipertensione».
Meditazione/Mindfulness

La meditazione allontana la solitudine e aiuta cuore e cervello

22/4/2015


 

Meditare allontana solitudine, malattie cardiache e Alzheimer

La pratica della meditazione mindfulness può contribuire a ridurre l’isolamento e anche il rischio di malattie cardiovascolari, demenza e Alzheimer

meditazione buddhista 
 
Al pari di una sorta di panacea contro tutti i mali, la meditazione mindfulness (o meditazione di consapevolezza) sembra essere efficace non solo per ristabilire l’equilibrio psicofisico e favorire la socialità, ma anche per tenere lontane le malattie cardiovascolari e perfino demenza e la malattia di Alzheimer.

A confermare per l’ennesima volta i benefici della meditazione sono stati i ricercatori della Carnegie Mellon University (CMU) di Pittsburgh negli Stati Uniti che ne hanno analizzato gli effetti su 40 adulti sani di età compresa tra i 55 e gli 85 anni. Le prime evidenze hanno suggerito che la mindfulness può ridurre lo stato di solitudine in adulti e anziani, ridurre i livelli d’infiammazione del corpo – correlati a malattie come quelle cardiovascolari, il cancro e l’Alzheimer.

Il dottor J. David Creswell e colleghi della CMU per il loro studio hanno raccolto dai partecipanti dei campioni di sangue e valutato la socialità mediante una scala di “solitudine”. Dopo di che, i volontari sono stati suddivisi a caso per ricevere rispettivamente 8 settimane di training di Mindfulness Based Stress Reduction (MBSR) o nessun trattamento (nel caso del gruppo di controllo). La formazione prevedeva un lavoro sulla respirazione, il divenire consapevole delle proprie sensazioni e imparare a gestire le emozioni.

Al termine delle otto settimane di training l’osservazione, l’analisi dei dati raccolti e dei campioni di sangue hanno mostrato diversi cambiamenti nei partecipanti appartenenti al gruppo mindfulness. Anzitutto si vista una riduzione dello stato di solitudine, in particolare nei partecipanti più anziani, ma non solo. L’analisi dei campioni di sangue prelevati prima del training di MBSR aveva evidenziato un aumento dell’espressione genica pro-infiammatoria delle cellule immunitarie. Dopo il training, nei volontari del gruppo MBSR, si è invece mostrata una riduzione dell’espressione genica pro-infiammatoria, in aggiunta alla misura della proteina C-reattiva (CRP).
Come accennato, una riduzione dell’infiammazione dell’organismo è benefica nei confronti della prevenzione di diverse malattie.
Meditare dunque si rivela ancora una volta una scelta vincente sotto tutti i punti di vista.
Meditazione/Mindfulness

La meditazione aiuta in caso di depressione, stress e dolore

22/4/2015


 

La meditazione previene la depressione, riduce stress e dolore cronico

Quella forma di meditazione chiamata “mindfulness”, o consapevolezza, è stata trovata efficace nella gestione dello stress, il dolore cronico e la depressione.
 
meditazione
 

Focalizzarsi sul qui e ora, il momento presente, è una particolarità della mindfulness che promuove il benessere fisico e mentale

 
C’è una forma di meditazione alquanto semplice, ma piuttosto efficace che si chiama “mindfulness”, o consapevolezza in italiano.
Questa pratica – di cui abbiamo trattato più volte – si basa sulla consapevolezza del momento presente, dell’essere qui e ora. Un modo semplice per prendere coscienza di sé e di quanto avviene non solo intorno a noi, ma piuttosto dentro di noi.

Quantunque numerosi studi ne abbiano attestato la validità, sono ancora molti gli scienziati che si dedicano alla scoperta di nuove applicazioni riguardo la mindfulness. Non ultimo, questo studio condotto dai ricercatori statunitensi della Brown University (BU) e pubblicato su Frontiers in Human Neuroscience.

Il team di ricerca, guidato dalla dottoressa Catherine Kerr – assistente professore (research) di Family Medicine presso l’Alpert Medical School e direttore del Translational Neuroscience for the Contemplative Studies Initiative della Brown University – ha indagato gli effetti neurofisiologici della meditazione mindfulness su un gruppo di volontari, scoprendo che questa pratica offriva un maggiore controllo sui ritmi sensoriali alfa corticali che aiutano a regolare i processi cerebrali e filtrano le sensazioni psico-fisiche, tra cui dolore, ricordi e consapevolezze depressive.

La particolarità della pratica, che si basa proprio sulla consapevolezza e la focalizzazione sulle sensazioni corporee e sul respiro, crea una connessione intima tra mente e corpo.
Questo ripetuto focalizzare localizzato sensoriale migliora il controllo su ritmi alfa localizzati nella corteccia somatosensoriale primaria, dove le diverse sensazioni del corpo sono mappate dal cervello, fanno notare i ricercatori.
Il passo da compiere, da parte del praticante, diviene dunque quello di imparare a controllare e focalizzare la propria attenzione al momento presente, in modo da sviluppare la capacità di modulare i ritmi sensoriali alfa-corticali che, a sua volta, permette una filtrazione ottimale delle informazioni sensoriali.

«Riteniamo di essere il primo gruppo a proporre un meccanismo neurofisiologico di fondo che collega direttamente la pratica della consapevolezza mindful con le sensazioni del corpo e il respiro, per il tipo di benefici cognitivi ed emotivi che la mindfulness conferisce », ha spiegato nella nota BU la dottoressa Kerr.
Chi medita, non solo impara a controllare quelle sensazioni corporee specifiche che richiedono attenzione, sottolineano gli autori, ma anche come regolare l’attenzione in modo che non si sbilanci verso sensazioni fisiche negative come il dolore cronico o la depressione.
Insomma, si tratta sempre di una gran mole di benefici sia a livello fisico che mentale.
Meditazione/Mindfulness

La meditazione cambia la struttura molecolare del corpo

22/4/2015


 

La meditazione induce cambiamenti nella struttura molecolare del corpo

Un nuovo studio sugli effetti fisiologici della meditazione Mindfulness fornisce per la prima volta la prova che questa pratica induce modifiche nell’espressione genica e nella struttura molecolare del corpo

Meditare fa bene a tutti, in molti e differenti modi. Ora si sa che agisce anche a livello molecolare e sui geni. Foto: ©Shutterstock.com

 
Il crescente corpo di evidenze che conferma gli effetti benefici sulla salute da parte della meditazione è per lo più riferito all’azione sul fisico e sulla mente, ma riguardo a cosa accade effettivamente a livello molecolare nell’organismo ancora non si sa molto. Ecco perché un team internazionale di ricercatori ha voluto condurre uno studio per capire meglio quanto avviene all’interno di noi.

Il team di scienziati di Stati Uniti, Spagna e Francia ha coinvolto un gruppo di praticanti la meditazione Mindfulness (o Consapevolezza) e un altro gruppo di non praticanti che avrebbe fatto da gruppo di controllo, per esaminare gli effetti della pratica.
I partecipanti sono stati invitati a praticare per un giorno la Mindfulness o, nel caso del gruppo di controllo, a praticare delle attività tranquille ma non meditative.

Dopo otto ore di pratica della meditazione, gli appartenenti a questo gruppo hanno mostrato una serie di differenze genetiche e molecolari – tra cui anche i livelli alterati del meccanismo che regola i geni – e ridotti livelli di geni pro-infiammatori, che a loro volta sono correlati con recupero fisico più veloce da una situazione stressante.

«Per quanto ne sappiamo, questa è la prima ricerca che mostra rapide alterazioni dell’espressione genica nelle persone, e associate alla pratica della meditazione Mindfulness – spiega l’autore dello studio Richard J. Davidson, fondatore del Center for Investigating Healthy Minds e William James and Vilas Professor of Psychology and Psychiatry pressso l’University of Wisconsin-Madison.

«Di grande interesse sono stati i cambiamenti osservati nei geni che sono gli attuali obiettivi dei farmaci antinfiammatori e analgesici», ha aggiunto la dott.ssa Perla Kaliman, primo autore dell’articolo e ricercatore presso l’Istituto di Ricerca Biomedica di Barcellona (Spagna), dove sono state condotte le analisi molecolari.

I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Psychoneuroendocrinology e mostrano in linea generale una sottoregolazione (ossia l’applicazione di un meccanismo del sistema endocrino atto a garantire l’equilibrio tra l’esposizione a un ormone e la risposta) dei geni che sono implicati nel processo infiammatorio. I geni interessati includono i geni pro-infiammatori RIPK2 e COX2, e altri geni. Oltre a ciò, i ricercatori hanno scoperto che la misura in cui alcuni di questi geni sono stati smorzati è stata associata con il recupero più veloce dopo un test che comportava uno stress sociale.

Al basale, sottolineano i ricercatori, non vi era differenza nei geni dei partecipanti appartenenti ai due gruppi: la differenziazione è avvenuta dopo la pratica della meditazione, ma solo nel gruppo che aveva meditato, e non nel gruppo di controllo.
«I nostri geni sono abbastanza dinamici nella loro espressione – fa notare Davidson – e questi risultati suggeriscono che lo stato di calma della nostra mente può effettivamente avere una potenziale influenza sulla loro espressione».

Questi risultati, spiegano infine gli autori, possono avere tra gli altri un promettente sbocco nelle strategie per il trattamento delle patologie infiammatorie croniche.
Meditazione/Mindfulness

La Consapevolezza mantiene sana la mente

22/4/2015


 

La Consapevolezza aiuta a mantenere sana la mente

La cosiddetta meditazione “Mindfulness”, o Consapevolezza, è stata rivisitata da un team di esperti che ne conferma scientificamente l’efficacia nel mantenere o ritrovare il benessere mentale e, infine, anche fisico e migliorare la qualità della vita
 
mani meditazione

Ancora una volta, la pratica della Consapevolezza (o Mindfulness) è stata trovata scientificamente efficace e utile per la salute della mente e migliorare la qualità della vita

Pubblicato sull’ultimo numero di Frontiers in Human Neuroscience, è il lavoro degli esperti del Brigham and Women’s Hospital (BWH) di Boston (Usa) in cui si propone un nuovo modello che cambia il modo di vedere e approcciarsi alla Mindfulness, o Consapevolezza.
La Mindfulness, è una forma semplice di meditazione che intende far diventare padroni del momento in cui si vive (quello presente) e, pertanto, della propria vita.

La Consapevolezza, così come spesso interpretata, si ritiene limitata a una sola dimensione della conoscenza. Al contrario, gli scienziati del BHW hanno dimostrato che la Consapevolezza implica in realtà un ampio quadro di complessi meccanismi del cervello, supportando la tecnica e i suoi effetti con la scienza.
Si è così dimostrato come il raggiungimento della Consapevolezza attraverso la meditazione abbia aiutato le persone a mantenere in salute la propria mente. Costoro sono in grado di controllare emozioni e pensieri negativi come il desiderio, la rabbia e l’ansia. Per converso sono in grado di incoraggiare disposizioni maggiormente positive come la compassione, l’empatia e il perdono.

La Mindfulness dunque funziona – e lo provano ormai numerosi studi e i molti manuali usciti a opera di diversi esperti. Tuttavia, come funzioni esattamente funziona è ancora un mistero, anche per gli scienziati.
Questo nuovo modello è stato recentemente presentato a Sua Santità il Dalai Lama durante un incontro privato. Lavoro che prendeva il titolo di: “Mind and Life XXIV: Latest Findings in Contemplative Neuroscience”.
In questo innovativo lavoro, i ricercatori hanno identificato una serie di funzioni cognitive che sono attive nel cervello durante la pratica della Consapevolezza. Sebbene, come detto, non si sappia ancora spiegare il perché di questo fenomeno, dette funzioni cognitive aiutano la persona a sviluppare la consapevolezza di sé, l’auto-regolamentazione e l’auto-trascendenza (S-ART), che costituiscono il quadro di trasformazione per il processo di Consapevolezza.

In questo quadro di meccanismi scientificamente accertati, i ricercatori sono stati capaci di evidenziare 6 processi neuropsicologici, o meccanismi attivi nel cervello durante la pratica della Consapevolezza e che supportano il processo S-ART.
I processi iniziano partendo dall’intenzione e la motivazione a voler raggiungere la Consapevolezza, seguita da una presa di coscienza delle proprie cattive abitudini. Una volta che questi processi sono fissati, la persona può iniziare a controllare se stesso e le proprie emozioni. In particolare la persona riesce a essere meno reattiva emotivamente e recuperare più velocemente dai possibili turbamenti conseguenti alle emozioni negative.

Attraverso la pratica continua – spiega nella nota BHW il principale autore dello studio, dottor David Vago – la persona può sviluppare una distanza psicologica da ogni pensiero negativo e può inibire gli impulsi naturali che costantemente alimentano le cattive abitudini. Il risultato della pratica è un nuovo Sé con una nuova abilità multidimensionale regolata per ridurre distorsioni nella propria esperienza interna ed esterna e sostenere una mente sana».
Ecco pertanto ancora una prova che la meditazione nelle sue varie forme, e anche in questa nuova e semplice metodica, può essere davvero utile per la salute della mente e una migliore qualità della vita.